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Laboratorio d'Arte

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Le  P O E S I E  di  MATTEO

 

"Pensieri in agrodolce"

 

 la nuova raccolta di poesie

 di Matteo Sabbatani,

in libreria,

per BACCHILEGA EDITORE,

da ottobre

Distributore per le librerie
L'Editoriale

via dei Fornaciai 25,

40129 - Bologna

(tel. 051/326604).

 

 

 

 


 

 

 Venerdì 17 novembre 2006

 

 si è tenuta la presentazione del libro di poesie di Matteo Sabbatani

 

Matteo Sabbatani

Nato: a Imola (BO) il 17 maggio 1977

Professione: giornalista, poeta

e mail: matteo.sabbatani@libero.it

 

Strano affare questo «scrivere»: vedete, molte volte – proprio come adesso – ho provato a chiedermi perché, cosa mai mi prenda quando, e accade spesso, mi ritrovo a farlo, a buttar giù emozioni, sensazioni e sentimenti talmente fugaci che svaniscono in un attimo.

Strano affare questo «scrivere» che, o lo fai in quell’attimo preciso e irripetibile, o non ci riesci più.

Strano, pericoloso coltello a doppia lama questo «scrivere», che un po’ ti serve per dire tu chi sei e, un po’, per vomitare – mi si passi l’ineleganza del termine – quel che hai.

Strano specchio questo «scrivere»: di fronte a lui, ti guardi dentro e non puoi mentire, ma te ne puoi fregare – e, anzi, tanto meglio – se gli altri non capiscono o se gli puoi far credere d’aver capito. Già, perché a me – quando scrivo in versi e, molte volte, anche quando butto giù un semplice pensiero,…sì…, insomma, quando scrivo e punto – non importa che si capisca quel che voglio dire (per far quello ho la voce, per fortuna); no, quel che mi interessa – quando scrivo – è suscitare qualcosa in chi mi legge.

Bizzarra cosa questo scrivere: chi lo fa ci si pulisce la coscienza, è vero, ma chi legge ci va a cercare qualcosa di suo, qualcosa che pensa tu abbia detto – o voluto dire – e che lui non ha mai avuto il coraggio di urlare.

 

Poesia

  

Ti scrivo

per scriverti,

perché ho bisogno di te,

di sapere che qualcosa c’è.

Ti scrivo

perché

ti ho promessa a lei,

a lei che già sa che cosa sei.

Ti scrivo,

poesia,

perché,

ora più che mai,

sei mia.

Ti scrivo

per costruire un muro

più forte del tempo,

qualcosa che non tema

né le onde,

né il vento;

né la pioggia,

la neve,

il temporale,

per ricacciare indietro

una lacrima che sale.

Ti scrivo

perché

so che resterai anche domani,

che non sbiadirai

quando mi laverò le mani

Ti scrivo

per scriverti,

perché ho bisogno di te,

di sapere che qualcosa c’è.

Ti scrivo

per sporcare la carta

con queste parole

e perché sai

che non nascono da sole,

hanno bisogno

di quel falso Dio

che sono io.

 

Il ritratto

  Ha un cappello

di metafore

e un vestito

lungo

in versi,

un collier

di metonimie

copre

un seno

di rime

baciate.

Quando

rapisce

non resta

che aprire

le braccia

del cuore

in segno

di benvenuto.

 

 

A te

 A te

che nelle nuvole vedi il mare,

a te

che neppur sai cosa vuol dire amare,

io regalo il mio silenzio:

è una muta cocciutaggine

la fierezza del diverso.

A te

che hai mille parole per farti ascoltare,

a te

che cerchi la morte per lasciarti andare,

io oppongo il mio rifiuto,

una sillaba cupa,

solitaria e triste,

soffocata,

affogata in un bicchiere di rumori.

Cambiasse tutto

e, in un istante,

diventassi più importante,

non otterresti nulla,

nulla più di quel che hai,

nulla più di ciò che sei.

Mutasse tutto,

rimarrebbe tutto eguale

come le acque di quel tuo mare.

Ma se ora alzi gli occhi al cielo

lo vedi,

è là

l’arcobaleno.

E io lo credo,

anima mia,

che batter vorresti

una diversa via,

ma un uomo si tieni in equilibrio

perché cervello e cuore

non rasentino l’oblio.

A te,

anima  mia delusa,

fui grato più del corpo che la mia persona usa

che di ciò che tu,

a favor mia ottusa,

solevi indicarmi

a guisa di una musa.

A te,

che nelle nuvole vedi il mare,

a te,

te che ora sai cosa vuol dire amare,

chiedo,

in dono, di avere il tuo perdono..

 

Ancora non torna

 Ancor non torna
l'amore che passò,
ma sembra adorna
la vita che non ho.

Cometa in transito,
è passata:
m'ha sfiorato,
ha satutato,
se n'è andata.

Il resto non importa:
quel che è stato
è lì, dietro la porta,
è passato
e non basta la scorta
dei rircordi,
dei momenti
dei miei mille e più momenti
di normalità.

No, signori,
non chiedo pietà:
domando sol non giudichi
la gente che non sa
dei miei momenti ludici,
di scelte e verità.

No, signori,
non chiedo pietà
e poi, state tranquilli,
l'ho vista la realtà:
vi sono molti spilli
e ben poca umanità
in colei ch'ho tanto amato
e che or dov'è chissà.

Squilla il telefono,
lavoro:
sì, ho ancora un mio decoro,
una funzione,
una mia dignità,
questa misera passione
un domani svanirà.

Ancor non torna,
non riempie più la stanza
quell'amore che tutto adorna,
ed è morta la speranza
d'un destin meno crudele:
c'è una nave senza vele
sopra il mare della vita

Non lo so dire...

 

 

 

No, non lo so dire

che mi resta tra le mani

quando a svanire

pare sia ogni domani;

no, non so spiegare

perché continuo a ripetermi:

“Ricorda, tu t’ami”

e, a ben guardare,

non ho niente tra le mani:

solo un mucchio di ricordi

fanno ressa nella mente

e non vengon dai primordi,

ma da lei

che è tutto e niente,

perché è facile esser sordi

e non sentire

quest’animo che urla

mentre un sogno va a morire.

E allora mi ripeto:

“Ricorda che ti ami”

ma, se tornassi indietro,

rifarei lo stesso errore

e le foglie di quei rami

prenderebbero il colore

che ha la vita quando ami

quando tutto e niente è amore.

Lo dico a me stesso:

“Ricorda che ti ami”,

perché questo sesso

che faccio con le mani

cessi d’essere il riflesso

del suo:

“Tu mi ami”

 

La fine del sogno
 
Arrivò anche la fine del sogno,
per quanto fosse ancor grande il bisogno
di tener vivo il ricordo d’un tempo
che ora vorrei si perdesse nel vento;
e bussò pure il domani alla porta:
«Posso aiutarti, ho la memoria corta»,
disse, facendo l’inchino al futuro
che ormai correva riflesso sul muro.
Venne, sul foglio, lo strano disegno,
venne alla mente quel viso di donna
che ora soltanto mi sembrano il segno
di quel che il tempo fa quando non torna
e tu sei lì che lo guardi passare,
mentre hai nel cuore le onde del mare.
Arrivò anche quel giorno tremendo
che erano anni che stavo aspettando:
pensando forse lo stessi temendo,
credendo forse di farmi paura,
mi venne incontro sornione, pensando:
«Posso mostrare la faccia più dura!».
Ma non sapeva, quel giorno invadente,
che adesso l’uomo viveva il presente,
che non voleva pensare al passato
perché diceva: «Quel ch’è stato è stato!»
Arrivò anche la fine del sogno,
per quanto fosse ancor grande il bisogno
di aver un giorno, un minuto, un momento
per dirle quello che sentiva dentro:
«Tesoro, è vero, non si torna indietro,
ma è troppo facile star dietro un vetro,
lasciar che il destino si compia da sé:
e dire che il tempo passato con me
fa parte dell’ora che adesso non è!»
Arrivò anche la fine del sogno,
ma non si spense quel grande bisogno
di dare al ricordo un vestito che mai
potesse sgualcirsi coi giorni e coi guai.

 

 

 

 

 

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