Laboratorio d'Arte
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Le P O E S I E di MATTEO
Venerdì 17 novembre 2006
si è tenuta la presentazione del libro di poesie di Matteo Sabbatani
Matteo Sabbatani
Nato:
a Imola (BO) il 17 maggio 1977 Professione: e mail: matteo.sabbatani@libero.it
Strano affare questo «scrivere»: vedete, molte volte – proprio come adesso – ho provato a chiedermi perché, cosa mai mi prenda quando, e accade spesso, mi ritrovo a farlo, a buttar giù emozioni, sensazioni e sentimenti talmente fugaci che svaniscono in un attimo. Strano affare questo «scrivere» che, o lo fai in quell’attimo preciso e irripetibile, o non ci riesci più. Strano, pericoloso coltello a doppia lama questo «scrivere», che un po’ ti serve per dire tu chi sei e, un po’, per vomitare – mi si passi l’ineleganza del termine – quel che hai. Strano specchio questo «scrivere»: di fronte a lui, ti guardi dentro e non puoi mentire, ma te ne puoi fregare – e, anzi, tanto meglio – se gli altri non capiscono o se gli puoi far credere d’aver capito. Già, perché a me – quando scrivo in versi e, molte volte, anche quando butto giù un semplice pensiero,…sì…, insomma, quando scrivo e punto – non importa che si capisca quel che voglio dire (per far quello ho la voce, per fortuna); no, quel che mi interessa – quando scrivo – è suscitare qualcosa in chi mi legge. Bizzarra cosa questo scrivere: chi lo fa ci si pulisce la coscienza, è vero, ma chi legge ci va a cercare qualcosa di suo, qualcosa che pensa tu abbia detto – o voluto dire – e che lui non ha mai avuto il coraggio di urlare.
Poesia
Ti scrivo per scriverti, perché ho bisogno di te, di sapere che qualcosa c’è. Ti scrivo perché ti ho promessa a lei, a lei che già sa che cosa sei. Ti scrivo, poesia, perché, ora più che mai, sei mia. Ti scrivo per costruire un muro più forte del tempo, qualcosa che non tema né le onde, né il vento; né la pioggia, la neve, il temporale, per ricacciare indietro una lacrima che sale. Ti scrivo perché so che resterai anche domani, che non sbiadirai quando mi laverò le mani Ti scrivo per scriverti, perché ho bisogno di te, di sapere che qualcosa c’è. Ti scrivo per sporcare la carta con queste parole e perché sai che non nascono da sole, hanno bisogno di quel falso Dio che sono io.
Il ritrattoHa un cappello di metafore e un vestito lungo in versi, un collier di metonimie copre un seno di rime baciate. Quando rapisce non resta che aprire le braccia del cuore in segno di benvenuto.
A teA te che nelle nuvole vedi il mare, a te che neppur sai cosa vuol dire amare, io regalo il mio silenzio: è una muta cocciutaggine la fierezza del diverso. A te che hai mille parole per farti ascoltare, a te che cerchi la morte per lasciarti andare, io oppongo il mio rifiuto, una sillaba cupa, solitaria e triste, soffocata, affogata in un bicchiere di rumori. Cambiasse tutto e, in un istante, diventassi più importante, non otterresti nulla, nulla più di quel che hai, nulla più di ciò che sei. Mutasse tutto, rimarrebbe tutto eguale come le acque di quel tuo mare. Ma se ora alzi gli occhi al cielo lo vedi, è là l’arcobaleno. E io lo credo, anima mia, che batter vorresti una diversa via, ma un uomo si tieni in equilibrio perché cervello e cuore non rasentino l’oblio. A te, anima mia delusa, fui grato più del corpo che la mia persona usa che di ciò che tu, a favor mia ottusa, solevi indicarmi a guisa di una musa. A te, che nelle nuvole vedi il mare, a te, te che ora sai cosa vuol dire amare, chiedo, in dono, di avere il tuo perdono..
Ancora non torna
Ancor non
torna Non lo so dire...
No, non lo so dire che mi resta tra le mani quando a svanire pare sia ogni domani; no, non so spiegare perché continuo a ripetermi: “Ricorda, tu t’ami” e, a ben guardare, non ho niente tra le mani: solo un mucchio di ricordi fanno ressa nella mente e non vengon dai primordi, ma da lei che è tutto e niente, perché è facile esser sordi e non sentire quest’animo che urla mentre un sogno va a morire. E allora mi ripeto: “Ricorda che ti ami” ma, se tornassi indietro, rifarei lo stesso errore e le foglie di quei rami prenderebbero il colore che ha la vita quando ami quando tutto e niente è amore. Lo dico a me stesso: “Ricorda che ti ami”, perché questo sesso che faccio con le mani cessi d’essere il riflesso del suo: “Tu mi ami”
La fine del sognoArrivò anche la fine del sogno,per quanto fosse ancor grande il bisognodi tener vivo il ricordo d’un tempoche ora vorrei si perdesse nel vento;e bussò pure il domani alla porta:«Posso aiutarti, ho la memoria corta»,disse, facendo l’inchino al futuroche ormai correva riflesso sul muro.Venne, sul foglio, lo strano disegno,venne alla mente quel viso di donnache ora soltanto mi sembrano il segnodi quel che il tempo fa quando non tornae tu sei lì che lo guardi passare,mentre hai nel cuore le onde del mare.Arrivò anche quel giorno tremendoche erano anni che stavo aspettando:pensando forse lo stessi temendo,credendo forse di farmi paura,mi venne incontro sornione, pensando:«Posso mostrare la faccia più dura!».Ma non sapeva, quel giorno invadente,che adesso l’uomo viveva il presente,che non voleva pensare al passatoperché diceva: «Quel ch’è stato è stato!»Arrivò anche la fine del sogno,per quanto fosse ancor grande il bisognodi aver un giorno, un minuto, un momentoper dirle quello che sentiva dentro:«Tesoro, è vero, non si torna indietro,ma è troppo facile star dietro un vetro,lasciar che il destino si compia da sé:e dire che il tempo passato con mefa parte dell’ora che adesso non è!»Arrivò anche la fine del sogno,ma non si spense quel grande bisognodi dare al ricordo un vestito che maipotesse sgualcirsi coi giorni e coi guai.
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